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Roma Capitale
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Data: da 26/01/23 a 21/04/23

Orario

Dal 26 gennaio al 21 aprile 2023
dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 12 e dalle 13.30 alle 17
opening/intro e sake mercoledì 25 gennaio ore 17-18.30
Chiuso il sabato e la domenica e i seguenti giorni:
il 23 febbraio – Genetliaco dell’Imperatore
il 21 marzo – Equinozio di Primavera

Ospitato in

Indirizzo

Indirizzo: Via Antonio Gramsci, 74
Zona: Quartiere Pinciano (Roma centro)

Informazioni

Modalità di partecipazione: Ingresso libero

Contatti

Telefono: 06 3224754 - 94 biblioteca 0039 06 3224707

Descrizione

La mostra offre una panoramica dell’arte giapponese del secolo scorso, con particolare attenzione alla produzione del dopoguerra, presentando al pubblico un’accurata selezione di opere della collezione dell’Istituto, in parte inviate dal Giappone alla sua inaugurazione nel 1962, in parte frutto di acquisizioni successive.

In Giappone, in seguito al secondo conflitto mondiale, e al senso di smarrimento e disorientamento che ne conseguì, alcuni movimenti culturali emergenti sentirono la necessità di dar vita a un’espressione artistica autonoma, legata alla propria identità nazionale, e non basata sulla mera imitazione di concezioni estetiche occidentali, con cui sarebbe stato più opportuno instaurare un dialogo di reciproco confronto.
La manifestazione più clamorosa di questo bisogno fu incarnata dal gruppo Gutai (lett. “concreto”), formatosi nel 1954, il cui credo bandiva qualsiasi forma di imitazione, a favore di un’arte nuova, senza precedenti. I suoi giovani rappresentanti proposero un’evoluzione dell’astrattismo, esprimendosi attraverso l’utilizzo di svariati materiali, e preferendo la pratica performativa, eseguita spesso en plein air, da cui emergeva una cifra stilistica pregna di sensibilità giapponese.
Qualche anno prima, nel 1951, nell’ambito dell’Associazione degli artisti democratici (Demokurāto bijutsu kyōkai), ebbe luogo l’incontro di due artisti, Ikeda Masuo (1934-1997) e Ay Ō (1931-), che condivisero sin da subito un’idea sociale dell’arte, e di una sua più ampia diffusione, aldilà dei ristretti circoli elitari. A tale scopo, sulla scia del fenomeno della pop art già esploso in Inghilterra e negli Stati Uniti, essi scelsero quale medium privilegiato la serigrafia, intenzionati ad attingere dalla tradizione estetica del proprio paese. In effetti, sull’esempio delle stampe Ukiyo-e, Ai Ō adotta colori primari, caratterizzati da composizioni a-plat, prive di linee di contorno, come si evince osservando Well Well Well (1974), serigrafia esposta in mostra, in cui la semplificazione delle forme e la ripetitività dell’accesa gamma cromatica ipnotizzano lo sguardo del fruitore, rendendo la sua opera immediatamente riconoscibile.

Negli anni successivi, la stampa conobbe una diffusione sempre più ampia, imponendosi come medium funzionale all’esigenza di progresso e modernizzazione del paese, che iniziò a rivalutarne la qualità estetica, soprattutto in seguito ai primi riconoscimenti ottenuti in ambito internazionale. Tra gli artisti più premiati all’estero, va ricordato Munakata Shikō (1903-1975), la cui xilografia presente in mostra, Buddha con due divinità (1961), costituisce un chiaro esempio dell’incisività e della potenza del gesto, che caratterizzano l’opera di uno degli artisti più rappresentativi del Novecento giapponese.
Intorno alla seconda metà degli anni Sessanta, la scena artistica giapponese si divise essenzialmente in due correnti: la prima, di natura concettuale, poneva al centro della sua poetica l’ “idea”, il “concetto”, mentre la seconda orientava la propria creazione verso un approccio più concreto, prediligendo l’ “oggetto”, ovvero la materia in quanto tale, al “concetto”.

L’arte concettuale giapponese, spesso ingiustamente tacciata di plagio nei confronti delle analoghe correnti occidentali, diede vita a fenomeni culturali di grande interesse, come l’esperienza del gruppo High Red Center (Haireddo-sentā), di cui fecero parte Takamatsu Jirō (1923-1998,in collezione ma non esposto) ), Akasegawa Genpei (1937-) e Nakanishi Natsuyuki (1935-), che individuarono nell’immediatezza della performance la forma espressiva a loro più congeniale
Quanto ai movimenti diretti verso una visione artistica più materialistica, va rilevata la poetica del Mono-Ha (lett. “Gruppo delle cose”), che pose al centro della sua ricerca la “cosa”, vale a dire l’oggetto colto nel suo contesto reale, e non isolato da esso attraverso un’azione rappresentativa. La relazione tra oggetto e ambiente costituì uno dei principali temi del Mono-ha, in particolare del fondatore del gruppo, Lee U-Fan (1936-), artista nato in Corea, ma attivo in Giappone, rappresentato in mostra da un’opera di tecnica mista, intitolata Dall’isola-4 (1989).

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Data di ultima verifica: 24/01/23 10:12